Esperienza dal Convegno ecclesiale di Verona
15 novembre 2006

Per una Chiesa popolare e missionaria


Ho avuto l’opportunità di partecipare al convegno ecclesiale di Verona a rappresentare la GiOC (Gioventù Operaia Cristiana) tra le associazioni laicali. Ero tra i pochi giovani e le poche donne presenti al convegno, è stata un’occasione per incontrare amici, tessere reti e contatti, scambiare idee, sensazioni, fatiche, speranze.
Il convegno è stato un momento importante per la Chiesa italiana, conteneva in sé grandi potenzialità di verifica, riflessione e rilancio tra ministeri, carismi e sensibilità diversi, per rendere viva e attuale la missione della Chiesa e il proprio stare nella storia e tra la gente, tornando all’essenziale del messaggio cristiano.
La GiOC è profondamente interpellata dal tema del convegno per la sua specifica missione di annuncio della speranza di Gesù tra i giovani lavoratori e di ambiente popolare. La vita quotidiana dei giovani tra precarietà, soddisfazioni e grossi interrogativi per il futuro, le trasformazioni del mondo del lavoro, i consumi e gli stili di vita, gli sforzi delle famiglie, della scuola e dell’associazionismo ad essere agenzie educative e di partecipazione, la vita dei nostri quartieri e città, costituiscono quella realtà umana in cui, come ci stimola l’apostolo Pietro, siamo chiamati a rendere ragione della speranza che è in noi, da “stranieri" (non assorbiti dal mondo, non appiattiti) e da “pellegrini" (non separati dal mondo, responsabili). La speranza di un mondo nuovo, di un Regno di Dio che siamo chiamati a costruire giorno per giorno, in ogni ambiente della nostra vita.

Tra i grandi temi messi al centro del convegno e le relazioni di alto livello degli intervenuti, sono due le questioni che mi sembra interessante sottolineare, non tanto per soffermarsi su quelle giornate ma per mettere a fuoco alcune sollecitazioni per andare avanti.

La prima è stata ribadita più volte come la “questione antropologica", ovvero la necessità di mettere al centro l’uomo nella sua concretezza e in tutte le sue dimensioni: un uomo che ama, che lavora, che soffre, che ha relazioni con gli altri, che partecipa alla vita sociale e politica, che si interroga sul senso della sua vita e della fede. Don Brambilla diceva nella sua relazione che “la vita quotidiana è l’abc per l’annuncio del Vangelo". Partire dagli ambienti in cui ci si sperimenta e si vive ogni giorno, dai fatti della vita reale e concreta, scoprire la bellezza del racconto superando la sensazione della banalità della vita quotidiana, diventa occasione per scavare e trovare ciò che abita nel proprio cuore. È il primo passo per intercettare e fare emergere la “questione religiosa" che c’è in ciascuno di noi ed accompagnare all’incontro col Dio di Gesù Cristo.
Questo significa tornare all’essenziale, senza sconti ma senza neanche dare nulla per scontato. Nel contesto culturale e sociale di oggi occorre alimentare e valorizzare percorsi che hanno nella ricerca di fede e nell’approdo a Gesù Cristo un punto di arrivo (e non di partenza), da accompagnare e sostenere nelle diverse fasi della vita. In particolare questo è valido per i giovani, immersi più di altri nella cultura odierna, provocati da messaggi, valori, modelli contrastanti, attraversati da dubbi e domande, portatori di valori inediti. Per loro e per tutti noi è fondamentale non sentirsi giudicati per le proprie contraddizioni e fragilità ma sentire una Chiesa presente nella vita quotidiana, che accoglie così come si è, che si fa compagna di strada, pronta a non dare risposte immediate e preconfezionate ma capace di accompagnare alle domande di senso sulla propria vita e indicare una via. Tra la realtà di partenza della nostra vita e il punto di arrivo di una fede matura e incarnata vi stanno percorsi educativi graduali e strutturati che partono dall’ascolto. Tali percorsi non possono prescindere dai contesti e dai luoghi della vita dei giovani: non si può immaginare di sradicare i giovani dai loro ambienti ma occorre riconoscere tali spazi come luoghi di senso e di missione, spazi di incontro, di relazione con gli altri, di protagonismo e di impegno e rendere i giovani autentici testimoni.

La seconda grande questione è strettamente legata alla prima ed è la centralità dei laici credenti, per una Chiesa autenticamente missionaria. La missione della Chiesa è relativa al mondo, per questo è affidata ai laici. La gerarchia, i sacerdoti, i religiosi sono in funzione di questa missione, che è di tutta la Chiesa, ma che ha la sua forma prevalente nella presenza laicale. Nell’esperienza quotidiana delle nostre parrocchie ci rendiamo conto che non sempre è così: essa rischia di venire compromessa da altre esigenze contingenti legate alla carenza del clero o alla insufficienza delle strutture e azioni pastorali. Queste urgenze sono diventate oggi, soprattutto in alcuni ambienti, molto estese e assorbono molte forze e spesso le migliori energie, rischiando di mettere in secondo piano il compito fondamentale dei laici che è quello di svolgere la missione ecclesiale nella vita quotidiana, lavorativa, familiare, sociale.
Occorre credere e investire nella presenza di un laicato consapevole, formato, che abbia una voce autorevole nella Chiesa, una presenza non solo operativa ma di riflessione, elaborazione, responsabilità al fianco dei presbiteri, e che viva pienamente il proprio ministero di laici nelle questioni del mondo. In questo senso le associazioni laicali sono il luogo e lo strumento privilegiato per vivere in maniera piena la propria presenza viva e organizzata nel mondo, promuovendo comunità, responsabilità, protagonismo. Facciamo nostro il richiamo di P. Bignardi alla responsabilità dei laici di unire le forze superando l’individualismo e la dispersione spesso presente anche nell’esperienza di Chiesa, per cui ciascuno fa da sé e tende a gestire l’esistente per la sopravvivenza: “L’attuale frammentazione del laicato in una molteplicità di esperienze aggregative rende inoltre difficile far emergere la comune vocazione e debole la voce dei laici nel mondo e nella comunità, facendo più povera la Chiesa stessa dell’esperienza di chi la immerga nella polvere della storia, le apra con fiducia le porte del dialogo con il mondo, la vita, la realtà circostante, il territorio. Mi pare oggi necessario che le diverse espressioni del laicato ritrovino il senso comune della loro vocazione, attraverso percorsi di incontro, di comunione, di reciprocità."

La sensazione è che, a Verona, non tutte le occasioni di incontro e dibattito abbiano espresso completamente la ricchezza, il fermento, la vivacità di esperienze ed elaborazioni della base della Chiesa. In alcuni casi abbiamo sperimentato lo sforzo di passare dal livello alto delle relazioni introduttive ai lavori per ambiti, dalla lamentela all’assunzione di responsabilità, dallo “sfogo" alla proposta progettuale. Questa fatica mette in evidenza una debolezza delle nostre comunità, diocesi, associazioni. La frenesia e le urgenze della vita quotidiana e delle proposte pastorali ci rende spesso schiacciati sulla gestione del presente, sul “fare" più che sul “pensare". In quanto laici e preti abbiamo pochi spazi di rilettura, riflessione ed elaborazione di ciò che facciamo e della realtà circostante, con la conseguente difficoltà a partire da esigenze reali, a progettare sui tempi lunghi, ad osare il cambiamento. Vi è la necessità di una visione e di un’analisi realistica dei cambiamenti culturali ed ecclesiali in atto nel Paese e nella Chiesa, guardare in faccia le nuove sfide della società post cristiana, porsi in ascolto delle nuove istanze delle persone, scorgere i segni di speranza già in atto, per proporre percorsi praticabili e possibili.

Ora tocca a noi, non possiamo attendere dall’alto le ricadute operative del convegno, dobbiamo assumerci la nostra responsabilità di laici. La speranza è saper cogliere alcune opportunità emerse da questo convegno per una Chiesa davvero “popolare", fatta dalla gente, che sappia stare con la gente e per la gente; che viva il suo centro nell’Eucaristia domenicale ma che sia anche presenza, accoglienza, accompagnamento durante la settimana.
La sfida che vorremmo cogliere è saper testimoniare la nostra speranza non a parole ma con i fatti, non con i grandi annunci ma con lo stile dello “stare dentro" le situazioni, del dialogo, della proposta. Una speranza che incrocia e sa parlare all’uomo concreto di oggi con i suoi problemi e le sue attese, la speranza di Gesù che abita la nostra vita e quella dei giovani che incontriamo.

Dal convegno di Verona la GiOC riparte con nuovo slancio, continuando la sua missione, per dare concretezza a questa speranza. Sono diverse le piste con cui intendiamo proseguire il cammino:
- Offrire spazi di riflessione e elaborazione, strumenti di formazione e di discernimento sulla propria vita, sulla realtà circostante, sulle proposte pastorali, rendendo sistematica l’azione educativa dei laici e dei preti, con particolare riferimento alla Revisione di Vita.
- In linea con il programma nazionale della Pastorale Giovanile “Agorà dei Giovani 2007-2009", promuovere percorsi e strumenti di ascolto dei giovani e della loro vita, rendendoli protagonisti ed autentici evangelizzatori dei loro coetanei nei loro ambienti. Sono ancora molti i giovani che hanno meno opportunità, esclusi da qualunque percorso di presa di coscienza e di riflessione sulla propria vita, ancora di più da percorsi di fede. La centralità della missione, che invita a ripensare l’essere e l’agire delle comunità cristiane, interpella anche la pastorale giovanile perché si ponga in ascolto di “tutti" i giovani, allargando i confini dell’azione pastorale fino a raggiungere i luoghi, i tempi e i modi dell’esistenza quotidiana, “uscire" dalle mura e “andare" incontro ai giovani nei loro ambienti di studio, di lavoro, di tempo libero.
- Promuovere una pastorale integrata e impegnarsi nella costruzione di una pastorale parrocchiale incentrata su un progetto che valorizzi e riconosca le differenze, intessendo forme di collaborazione tra parrocchie, associazioni e movimenti, unendo le forze, ognuno con il proprio carisma, perché il Vangelo di Cristo giunga a tutti. In particolare la GiOC da sempre si propone come una proposta di pastorale specializzata, che riaffermi la presenza significativa dei giovani lavoratori e popolari nella società e nella Chiesa e si ponga la definizione di percorsi specifici per loro e con loro.

Manuela Agagliate

Notizia inserita o aggiornata il 15/11/2006. Letta 1229 volte.

 

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