Perché la GiOC oggi?


Una realtà da scoprire
Attorno alle nostre chiese, nelle piazzette dei nostri quartieri, nei locali degli oratori girano dei giovani che non riusciamo a contattare e che hanno abbandonato, dopo un certo periodo, i gruppi parrocchiali dai quali erano stati aggregati in un primo tempo.
Il più delle volte e nei migliori dei casi il rapporto con questi "giri giovanili" è dì tipo strumentale, vale a dire che "utilizzano" le strutture in cambio di un "modus vivendi", che comporta un certo grado di reciproco rispetto e tolleranza. Si ritrovano negli oratori o al di fuori di questi, nei giardini pubblici, alle panchine dell'angolo, nel bar sport del quartiere, alla sala giochi del crocevia.

Chi sono questi giovani? Cosa sappiamo di loro, della loro vita, delle loro esigenze, dei problemi che vivono, delle aspirazioni che hanno?
A questi giovani l'esperienza della GiOC, attraverso il proprio impegno educativo, ha cercato di essere fedele, tratteggiandone le condizioni, la consistenza, il volto.

L'universo giovanile non è omogeneo e unitario, al contrario è segnato da profonde differenze, diviso in microcosmi lontani e incomunicanti tra di loro. All'interno di questo universo una parte consistente è rappresentata dall'area giovanile popolare e operaia. Dai dati ISTAT emerge come nonostante la tendenza alla scolarizzazione di massa degli ultimi trent’anni, nel 2002 la quota di giovani (dai 20 ai 24 anni) privi di qualunque titolo di studio dopo la terza media sia ancora pari al 30,3%.

La realtà dei giovani che lavorano può essere definita con un aggettivo: invisibile, cioè che non si vede, non è conosciuta, ma esiste.
Se poi proviamo ad individuare i punti di riferimento che la società offre a questi giovani, ci rendiamo immediatamente conto dell'emarginazione e della disgregazione che vivono.

I giovani lavoratori, infatti, sono assenti dalla quasi totalità dei gruppi giovanili e delle associazioni ecclesiali, hanno pochissimi riferimenti nel sindacato ed un livello di partecipazione politica molto basso. La loro crescita e socializzazione è segnata da un ambiente di vita povero, privo di risorse associative, culturali, progettuali, scarso di occasioni e conoscenze. Il gruppo amicale informale spesso rimane l'unico luogo in cui esprimere un minimo di protagonismo.


Un attenzione privilegiata
Se esaminiamo la composizione sociale dei gruppi giovanili parrocchiali, ci accorgiamo che dopo la terza media avviene una specie di selezione. Rimangono quasi esclusivamente gli studenti. I giovani che entrano precocemente nel mondo del lavoro, infatti, piano piano se ne vanno, disertano le riunioni, non possono assumersi impegni di animazione pomeridiana, entrano gradualmente in altri "giri", spariscono dal nostro campo visivo.

Paradossalmente un difficile percorso scolastico e l'inserimento nel mondo del lavoro pregiudicano spesso anche un cammino formativo, associativo e di evangelizzazione. A volte gli educatori colgono in questi soggetti comportamenti e linguaggi che non consentono di realizzare un progetto educativo, anzi possono diventare elementi di disturbo. Questa situazione non può lasciarci indifferenti come credenti: è proprio il Vangelo a proporci con forza la scelta dei poveri.

Ci viene chiesto un profondo atto di fiducia nell'uomo e nei giovani più deprivilegiati, perché nessun percorso formativo che vuole essere evolutivo può misurare i suoi successi sui primi, deve misurare il proprio successo invece nella capacità di essere risposta alla domanda dell'altro e la domanda più radicale viene da chi ha meno.

Troppe volte nei confronti di questi giovani ci si limita a preoccupazioni di tipo "preventivo" senza rendersi conto che anche loro possono diventare veri protagonisti della loro crescita umana e cristiana. Certo, non è cosa facile perché si tratta di un vero sforzo "missionario" che porta ad una presa di coscienza della loro situazione e alla convinzione che è possibile annunciare il Vangelo partendo dalla loro vita. Si rivela quindi inderogabile e urgente, per questa fascia di giovani, un maggior investimento in termini di accoglienza, di attenzione alla loro vita, di risorse umane (animatori), di proposte, di itinerari educativi da parte della comunità ecclesiale. Una proposta che sappia congiungere in modo serio un discorso di promozione umana e di evangelizza/ione.


La scommessa educativa
Possiamo e dobbiamo aiutare i giovani a riannodare i fili della loro identità, per sperimentare la partecipazione alla vita sociale, per dare un significato alla propria vita. In questo senso la scelta educativa, attraverso la proposta della GiOC, diventa un modo di concretizzare il proprio impegno, nell'ambiente, nel territorio, nel rapporto con i giovani.

L'intuizione originaria di Cardij, in Belgio, negli anni '20, di individuare nella vita di ogni giorno, nelle realizzazioni e negli insuccessi, nei momenti di gioia e di dolore, ii luogo privilegiato della nostra formazione e della scoperta di Gesù vivo e presente tra gli uomini, è tutt'ora alla base della proposta educativa del movimento. Partire dalla vita, all'interno di un itinerario formativo, non è però così semplice, è più facile partire dalle proprie convinzioni o da princìpi.

Per garantire questa fedeltà alla realtà, la GiOC fin dall'inizio ha elaborato alcuni strumenti tipici, come la Revisione di Vita, lo studio dell'ambiente attraverso l'inchiesta, il gruppo tra pari. Quelle intuizioni sono le stesse che spingono noi oggi ad agire, hanno ancora una grossa valenza sociologica, pedagogica, religiosa.

Notizia inserita o aggiornata il 07/12/2005. Letta 11661 volte.

 

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